Venezia in sogno

VENEZIA IN SOGNO

 

La giornata di oggi è cupa, tetra, uggiosa. Alzo gli occhi al cielo e lo vedo uniformemente grigio, di un colore che penetra dentro come una spada di malinconia.

Mi ritiro nel mio studio, faccio partire un brano musicale a caso del repertorio favorito e affondo pesantemente nella poltrona accogliente.

Chiudo gli occhi e comincio a sognare.

Non sò per quale particolare “ ghiribizzo “ della mente è “ come se “ fossi a Venezia.

Immagino di risvegliarmi lentamente, di aprire stancamente le finestre e di accorgermi che la giornata invernale è piovosa e ventosa.

Sono solo per cui tutto questo non mi trattiene ulteriormente dall’uscire per confondermi fra le calli desolate, girovagare fra I campielli solitari ed arrivare, alla fine del pellegrinaggio, ad affacciarmi timido a spaurito sulla laguna, contemplare l’isola di S. Giorgio come un miraggio avvolta in una nube plumbea-azzurognola-irreale.

Apporgiarmi all’angolo di un Palazzo rapito dal fascino di questa città che amo contemplare fuori dalle correnti turistiche e lasciare il pensiero volare, la fantasia correre sulle ali fumiganti dei gabbiani intirizziti e spaziare fra le piume arruffate dei colombi spauriti.

La città è quasi deserta; I turisti completamente assenti e certamente non catturati da questi richiami perchè, è la monumentalità dei palazzi, l’eleganza dei negozi delle mercerie che esercitano su di loro un richiamo più immediato ed irresistibile.

Ma io sento che per me l’attrazione più prepotente consiste in quella atmosfera impalpabile che, in giornate di tal tipo sprigiona un pò dovunque, per restituire una città al di fuori del tempo dove gli spiriti, forse, sono lì nell’aria che vagano per godersi lo spettacolo, per assaporare ancora ciò che di bello e di irreale anche a loro la città ha saputo donare.

Venezia triste, una Venezia che prelude la morte corporale, Venezia desolata, abbandonata ma pronta ad esplodere nel carnevale, pronta ad offrirsi come una cortigiana senza riserve, senza pregiudizi, senza pudori, maestosa, lussuriosa ed impudica perchè qui siamo al di fuori degli schemi tradizionali.

Qui il nostro inconscio si stempera senza fatica per unirsi spontaneamente alla piacevole appartenenza dell’inconscio collettivo.

A Venezia, in queste condizioni, sento di uscire dai limiti di un angusto e soffocante perimetro personale per partecipare ad una comunità di eterno respiro dove le caste, I privilegi sono azzerati, inutili orpelli al di fuori di questa realtà e la sensazione che si va facendo strada sempre con più chiarezza, è che non è più possibile sentirsi soli, bensì parte, anche se infinitesimale, del Tutto.

Una sensazione entusiasmante di comunione, di partecipazione profondissima e possente come poche altre nella storia dell’umanità, quasi una riproposta del messaggio messianico della nuova alleanza in funzione della quale è straordinario sentirsi insieme in quel che si compie, indipendentemente da chi siamo, da dove veniamo, da quanto possediamo perchè ciascuno di noi conta ed ognuno è accettato per quello che è.

Quando le immagini sbiadiscono sino a scomparire e mi ritrovo di nuovo nel mio studio, mi viene spontaneo pensare al messaggio evangelico ed a come gli eredi continuatori di tale approccio esistenziale, nel corso degli anni, abbiano sempre cercato e ci siano pure ben riusciti, di inserirsi “ nel giro dell’uomo “.

Trovo che anche loro hanno cercato di spingere la loro predicazione a fondo proprio nel senso della partecipazione all’universalità.

Al cristiano, infatti, viene promessa, proprio perchè figlio di DIO, ma a patto che se lo meriti, una soluzione trascendente ai suoi problemi esistenziali ed una consolazione nella comunione che lo rende partecipe e parte del cosidetto “ Corpo Mistico “ della Chiesa.

Piero Greco