Nonna Angiolina

STORIA DELLE NOSTRE FAMIGLIE 18/01/2012

Sono le 19 dell'ultimo giorno dell' anno.

 Sono da un paio di ore arrivato nel mio appartamentino ad Asiago e, dopo aver scaricato valigie e quanto necessario portato dalla città per passare qualche giorno in montagna in santa pace, sto seduto comodamente davanti al caminetto a godermi il fuoco che crepita donandomi il suo calore: quel “caldo amico del camino” come un poeta contemporaneo, di cui ora mi sfugge il nome, lo ha definito.  

Chiedo scusa ma la colpa non è mia è del dott. Alzaimer  che ha avuto l'infelice idea di scomodarsi per venire a farmi visita.  

La memoria!  E' proprio il calo di memoria che preannuncia la sua visita.

Che ci resta da fare?  Non resta che far mon viso a cattivo gioco.  Sento la voce profonda della mia coscienza letteraria che mi tira le orecchie per dirmi che non si dice mon viso ma buon viso al che ribatto prontamente che di fronte a situazioni di tal genere è più corretto, come la saggezza veneta suggerisce, fare il viso da mona: è più consono alla realtà.  

Orbene a parte questa digressione il momento di adorazione al camino e la beatitudine che provavo derivava anche dalla consapevolezza che, mentre di solito, gli altri villeggianti, più raffinati e meno grossolani di me per scaldarsi acquistano legna al distributore nei pressi, io da sempre mi riscaldo a costo zero in quanto la legna la vado a cercare nel bosco fuori casa dove la natura offre materiali di ogni tipo e di ogni dimensione proprio come serve sia per l'accensione che per il mantenimento del fuoco.  

Orbene stavo dicendo che erano le 19 quando ad un tratto sento il mio cellulare che suona. Rispondo prontamente e sento una voce lontana ed un pò confusa che non riconosco immediatamente.  I timpani dapprima impigriti ora allertati mi permettono di capire che la voce allegra e giocherellona, come sempre, è quella di mio fratello Francesco che mi dice di essere in montagna, che con lui c'è Luca nostro cugino figlio della zia Bianca  quasi centenaria ma ancora lucida e sana a sufficenza per l'età che si ritrova, che deve parlarmi.  

Il telefono passa a Luca che senza tanti preamboli, senza tanti giri di parole col piglio deciso e sicuro di un autorità mi dice: 'Senti ragazzo (non ricordo se abbia usato anche l'intercalare, vacca boia, come fa Bersani suo concittadino esssendo lui pure di Reggio Emilia), senti ragazzo ormai sappiamo tutti che sai scrivere per cui avremmo deciso che sarebbe ora che tu scrivessi la storia della nostra famiglia.

Anche Paolo (altro mio fratello che abita a Bologna) è d'accordo ed è meglio che tu non perda tempo perchè il tempo passa per tutti.   

La battuta l'ho sentita giustamente per me che essendo arrivato agli ottanta se non mi spiccio potrei, pur senza volerlo, lasciare l'opera incompiuta per una improvvisa ma non fuori tempo chiamata dagli inferi.  

Io non ho nemmeno il tempo di rispondere perchè lui più deciso che mai mi incalza dicendo: 'ho deciso di sponsorizzarti per cui per ogni foglio scritto ci sarà da parte mia una remunerazione per cui non mi resta che augurarti buon lavoro'.  Dimenticavo che nel corso della telefonata mi aveva espresso pure la disponibilità di andare a trovare insieme don Athos nostro secondo cugino ed anche sua mamma che da tempo non vedo per avere, come sarà necessario, utili informazioni che al momento non ho o che ho in parte e magari non precise.

Un invito migliore non avrebbe potuto farmelo perchè da tempo non vedo entrambi per mia imperdonabile pigrizia. Su don Athos e sulla zia Bianca ciò che scriverò non sarà mai all'altezza trattandosi di due persone così fuori del comune per bontà d'animo nei confronti dei quali sia io che Luca ed i miei fratelli proviamo da sempre i migliori sentimenti che il tempo non ha mai scalfito.  

Don Athos figlio dell'Anna figlia dello zio Aderilio e pertanto cugina della mamma dopo avere lavorato da giovane come cuoco aveva preso gli ordini sacerdotali ed aveva iniziato il suo ministero come aiuto di Don Dossetti che, dopo essere stato impegnato in politica, si era lui pure ritirato dalla vita pubblica facendosi sacerdote.  

Aveva fondata una comunità a Monteveglio nei pressi di Bazzano nel bolognese che si interessava......

Dopo la morte di don Dossetti, don Athos divenne il suo successore e la comunità fu trasferita a Montesole tra Bologna e Porretta.   

Che dire di don Athos?   Don Athos è un uomo che, nonostante il ruolo che copre, è di una semplicità esemplare, con un sorriso dolce, accogliente.   

Dire che è una persona buona è tutto quello che si può dire di vero di lui perchè da una persona buona che cosa ci si può aspettare se non bontà, accettazione, indulgenza, comprensione, parole di conforto così utili ed indispensabili in certi momenti in cui si ha la sgradevole sensazione che il mondo ci crolli adosso.   Questo per me è don Athos e Luca ed i miei fratelli la pensano anche loro come me.

Alla fine della telefonata non nascondo di essermi trovato un pò stordito:ordine d come un subalterno che riceve ordini da una un autorità che deve essere eseguito senza tanti commenti scrollandosi di dosso qualsiasi dose di pigrizia.  

Ma mi sono ripreso velocemente avvertendo dentro l'insorgere di una subitanea piacevolezza perchè ho avuto la netta sensazione che sia Luca che i miei fratelli, anche se magari in modo subliminale,  esprimessero un profondo e segreto bisogno di far riaffiorare dallo scrigno dei nostri ricordi giovanili, dai segreti recessi della nostra anima  un mondo di memorie e di valori che i nostri cari ci hanno lasciato ed ai quali aggrapparci come difesa da un mondo attuale che ogni giorno si discosta sempre più dalla testimonianza della loro vita.  

Valori che abbiamo fatti nostri non come obbedienza cieca ed acritica ma con la lucida convinzione che quella era la via maestra che non ci saremmo pentiti di avere imboccato.  Anche se, parlo per me ovviamente, essendo come tutti un essere imperfetto riconosco che in certi momenti ed in certi situazioni ho trasgredito tradendo quei nobili valori pagandone poi amaramente le conseguenze.  

L'importante è aver capito la lezione e poichè, errare umano est sarebbe veramente diabolicum perseverare.

Penso che in questa prima stesura, visto che non ho ricevuto, al momento, nessuna particolare direttiva di come muovermi, possa essere utile che mi lasci trascinare dalle rimembranze che mi giungono improvvise senza sollecitazione indi per cui, per essere autentiche, sento di dovermi muovere 'a briglia sciolta'.   

Dopo l'incontro alla Faggia ci siamo incontrati il 28 Novembre 2012 a Poggio Rusco dove Luigi ci aveva invitato per un pranzo al 'Gatto nero'.   

Ricordo ancora, quando entrammo in quel ristorante nei dintorni di Poggio completamente vuoto, la sensazione di freddo che provammo.  

Un lampione di riscaldamento messo nei pressi del nostro tavolo ci permise poi di gustare il saporito menù in modo piacevole.  

A differenza della Faggia dove, nonostante tutte le nostre buone intenzione di non scivolare in sgradevoli discorsi politici, verso la fine del pranzo l'atmosfera si era un pò arroventata e sarà stato proprio perchè di discorsi politici ne avevamo avuto a sufficenza, a Poggio il discorso scivolò sui nostri trascorsi giovanili e la figura che emerse a tutto tondo fu quella della nostra carissima nonna Angiolina Calizzani.   

La nonna, come un pò tutta la sua famiglia d'origine, erano di pasta buona ad eccezzione di un fratello: lo zio Pio.   

Costui era rimasto celibe, e questo per quei tempi la dice tutta.  

Era costituzionalmente un bastian contrario ed il vivere solo non lo ammorbidiva di certo .

Erano tutti sempre pronti ad accoglierci, a farci festa, a dimostarci il piacere di rivederci.  

La nonna, quando a Modena arrivava qualche suo parente dalla montagna, provava una gioia  che era difficile non respirare nell'aria.

Oltre a me e Paolo, suoi ospiti fissi per gli studi, ci fu un periodo in cui anche sua nipote Ester che studiava da maestra faceva parte del nostro gruppo così come pure lo zio Amilcare, marito di una sorella del nonno Silvio, fù suo ospite.  

Nell'incontro, ognuno di noi riportò qualche episodio suo particolare ma ciò che emerse a tutto tondo del carattere della nonna fu la 'parsimonia'.  

Questa fu la parola che uscì come sospinta da un venticello di primavera dalle bocche di tutti noi.  

Dalla nonna si mangiava bene: sapeva preparare certi piatti deliziosi, certi manicaretti che non eravamo abituati a gustare nelle nostre case come gli uccellini scappati, i tortelli di ricotta, i caciuf e poi...le crescenti nelle tigelle condite colla 'cunsa' derivante da lardo pestato con rosmarino, aglio e sale, una delizia per i nostri palati che solo lei a quell'epoca poteva fare in montagna avendo  a disposizione quelle formelle di terracotta indispensabili per la cottura.

Ora nell'appennino modenese questo piatto è diffusissimo e graditissimo sia dalla gente del luogo come dai turisti.  

La nonna era abile pure nella preparazione di qualche dolce ma questo avveniva solo nelle feste  importanti.

Era molto attenta negli acquisti e quando andava al mercato si poteva star certi che quello che comperava era il meglio ma al minor prezzo.   

Ricordo che, per quanto concerneva indumenti, o quant'altro non avesse carattere d'urgenza, mi diceva:' l'importante è essere previdenti e non avere bisogno di niente per cui, quando si  trova al mercato qualcosa che piace a un prezzo conveniente quello è il momento di comprare'.

A quei tempi non si frequentavano ristoranti.  

La prima volta che io vi andai fu quando facemmo una cena di classe l'ultimo anno di liceo ed avevo diciotto anni.   

Ed anche per queste eventualità la nonna aveva le idee chiare quando mi disse che ciò che frega in tali circostanze sono le moltipliche.

A quei tempi la vita un pò di tutti, penso fosse improntata alla massima sobrietà, perchè dalla guerra, che conoscessi io, non era uscito nessuno ricco.  La regola pertanto era, per lo meno per le persone serie quadrate e di buon senso che conoscevo: risparmiare.

La televisione non era ancora arrivata, la radio aveva qualche programma ma noi, per non essere disturbati nei nostri studi, ne eravamo privi e, le tre serate dei primi festival di Sanremo, andavo ad ascoltarli dal mio amico Luigi Poggioli che era in pensione da una signora che possedeva un vecchio Phonola.  

Dovevamo stare attaccati con un orecchio all'apparecchio in quanto la signora, che ospitava il mio amico e proprietaria della radio, ci permetteva di ascoltare quel meraviglioso spettacolo per quei tempi esclusivamente a patto che tenessimo il volume bassissimo per evitare di farle aumentare l'emicrania di cui soffriva stabilmente.   

Sapemmo invece che voleva che tenessimo basso il volume perchè pensava così di consumare meno elettricità.  

E che dire dei giornali?   

A casa della nonna non ho mai visto nessun quotidiano e gli unici giornali, anzi riviste che avevamo modo di sbirciare, perchè il nostro dovere era di non perder tempo in argomenti futili ed inutili per la crescita della nostra cultura, erano le riviste di Oggi che arrivavano ogni tanto da Ferrara.    

Gli zii Celeghini di Ferrara infatti facevano parte di un mondo un pò più libero ed avanzato del nostro.   

Avevano parecchie amicizie che frequentavano fra cui ricordo : Aldino impiegato della Cassa di Risparmio, le due sorelle Nanni che nella mia prima visita a Ferrara mi furono presentate come contesse,  poi, in piazza Ariostea, abitava una professoressa di cui non ricordo il nome che aveva un padre non molto alto e piuttosto robusto che girava con una bici che aveva una sella così larga che me la ricordo ancora tanto era diversa dalle solite in circolazione.  

C'era poi un notaio, la famiglia Turbiani che con i due figli di cui la figlia era mia  coetanea e divenimmo amici venivano d'estate a Monteombraro, c'era poi un'altra signora sposata ma  molto affezzionata a mio zio Daniro di cui al momento mi sfugge il nome.

Veniva anche lei in montagna ed alloggiava al Montanaro.   

Gli zii Celeghini erano più aperti ed evoluti di noi a Modena ed, oltre ad acquistare  giornalmente il loro giornale locale, erano acquirenti abituali di Oggi che per quell'epoca era la rivista delle curiosità internazionali per cui, non c'era mossa di re e regine, che non venisse pubblicata.   

Orbene, la rivista dopo essere stata letta sia da loro che dai loro vicini di casa i signori Rossi, arrivava a Modena per partire poi, dopa averla letta, alla prima occasione che qualche montanaro della famiglia scendesse in citta, affinchè anche loro, a costo zero, anche se in ritardo, fossero aggiornati sulla vita dei vip del momento.   

Io penso che sia stato questo rimembrare momenti belli e piacevoli che abbia attivato il desiderio di non lasciar distruggere dal tempo queste memorie ma di fissarle su fogli di carta che restano per aiutarci, rileggendoli, a smaltire l'amarezza di certi momenti cupi e depressivi che la vita ci dona.   

Sento il dovere di chiedere venia ai miei compagni di viaggio a ritroso nel tempo felice della nostra giovinezza se indulgerò, come è comprensibile, nel ricordo dei momenti miei personali perchè sono quelli che ho salvato dalla polvere dell'oblio.

Penso che sarà utile e preziosa la partecipazione di Luigi al fine di impreziosire lo scritto, oltre che dei suoi ricordi personali, delle sue citazioni italiane e straniere, delle metafore sottili, dei paragoni finalizzati e degli abbellimenti letterari che sa fare e che  abbiamo conosciuto nei suoi scritti su vari argomenti.

Altrettanto sarà utile ed indispenabile la sua presenza quando ci incontreremo per fare il punto sull'argomento.  

E' comprensibile che questo possa avvenire seduti ad un tavolo ove si mangia, e dopo avere pranzato con manicaretti grati al nostro palato, bevuto quanto basta ed oltre, si possa essere presi da un comprensibile bisogno di fare la pennichella.  

Ed anche in questo momento sarà proprio Luigi che con i suoi siluri verbali puntati sul nostro torpore vivacizzerà l'atmosfera resa sonnacchiosa e pesante da noi canuti commensali impegnati in una laboriosa digestione.   Quando sottoporrò la prima stesura a Luca 'sponsor ufficiale dell'impresa' ci sarà tutta la mia disponibilità a ricevere suggerimenti e a inserire tutto ciò che di lui e degli altri non conosco ancora.

In questo momento storico della mia vita in cui ho la sensazione di incamminarmi per un viaggio senza ritorno ci sono momenti in cui è impossibile esimersi dal fare bilanci esistenziali.  

Non mi va di barare con me stesso per cui, volendo essere obiettivo, devo riconoscere che ci sono stati passaggi che hanno sconvolto la mia vita in modo non prevedibile e che hanno fortemente indebolito la mia autostima.   Ci sono dei momenti per tutti nella vita in cui l'imprevedibile irrompe nella scena trovandoci impreparati e capaci, a volte, di spegnere la voglia di vivere.

Non eravamo preparati, nessuno ci aveva avvertito per cui quali potranno essere le reazioni?  

Trovarsi da soli senza una spalla amica su cui piangere, un amico di sempre disposto ad ascoltarci permettendoci di svuotare il 'cahier de doleans' per poi darci qualche utile suggerimento è un vantaggio che non tutti hanno.  

Non avendo ricevute direttive precise è comprensibile che muovendomi, come ho già detto, a briglia sciolta, possa andare, come dicevano in certi casi a scuola i nostri professori, 'fuori tema'.     

E' anche comprensibile che preso da un pizzico di protagonismo introduca argomenti di mia conoscenza che i revisori potranno colla massima libertà  cancellare.

Monteombraro!   Stazione climatica a 753 metri sul livello del mare distante cinquanta kilometri da Modena.   

In quel piccolo paese di montagna distante una decina di kilometri da Zocca e da Missano dove la nonna Angiolina era nata, la nonna aveva acquistato con i suoi risparmi una casa con un pò di campi arativi e di bosco.   

La casa si chiamava e si chiama tuttora Il Corso ed era là dove andavamo a trascorrere le nostre vacanze.  

La mia anima, quel piccolo paese di montagna l'ha ribatezzato Montemio, perchè è là dove ritorno col mio pensiero quando voglio allontanare immagini attuali sgradevoli e rimmergermi nella bellezza di una natura semplice ed incontaminata.   

Appena fuori dal paese c'era e, penso, ci sarà ancora una strada sterrata in mezzo ad un bosco di castagni che andava verso le Lamizze: un agglomerato di alcune case, dove andava a villeggiare il mio amico Nicola Maggi, figlio del medico provinciale di Bari la cui madre, essendo bolognese di nascita, almeno una volta all'anno sentiva il desiderio di rivedere.    

Mi piaceva fermarmi in quel castagneto, coricarmi all'ombra delle piante e guardare il cielo limpido e terso per sognare.    

Ancor oggi quando sento il bisogno di rilassarmi ritorno col pensiero fra quei castagni.   Così come pure fra i miei ricordi più belli ci sono le camminate alla Salda, una casetta dove alcune persone che vi vivevano, allevando qualche pecora, facevano formagelle.   

Qualche volta ne compravamo una che poi arricchiva la nostra mensa modesta.    

Andando oltre più in giù oltre la Salda si poteva arrivare al Mulino del Turco.   Un vecchio mulino che penso fosse abbandonato e che non era la meta delle nostre passeggiate.   

La vera meta era il ruscello che scorreva giù nella vallata fra i sassi bianchissimi.  L'acqua era pura, pulita e coricarsi sulla riva del ruscello per ascoltare la musica del suo scorrere mi infondeva una pace che in pochi altri luoghi ho provato.   

A Montemio sono tornato qualche volta in tutti gli anni che sono passati da allora ma alla Salda ed al Mulino del Turco non sono tornato mai più.  

Ma la voglia di rivedere quei posti non mi è passata e prima o poi di certo ci tornerò.

Ma voglio andarci da solo perchè non mi sarebbe possibile rendere partecipe nessuno delle emozioni che da quei luoghi mi aspetto di riprovare.   

Ci tornerò in estate quando le ginestre sono in fiore e sono certo che, annusando il loro profumo altri canali mi si apriranno di pace, di beatitudine e di gioia interiore.   

Le nostre passeggiate non si limitavano a quei posti perchè c'erano i Fontanini, i Sassi di Sant'Andrea, i Sassi di Rocca Malatina, i Castagneti, il Montanaro, il Monte della Croce ed altri posti ancora che visitavamo quasi sempre con altri amici e quasi sempre con la zia Bianca che ci accompagnava specie nei primi anni.    

  Il prendere atto che Luca ed i miei fratelli mi abbiano investito di un lavoro serio ed impegnativo mi ha fatto pensare che loro, almeno, hanno ancora stima e fiducia di me per cui farò di tutto per non deluderli scrollandomi di dosso una certa pigrizia che a volte mi prende.   

Tra parentesi volevo ricordare di avere fatto ultimamente restaurare lo stemma gentilizio della nostra nobile schiatta sul cui sfondo di velluto color cremisi a caratteri cubitali d'oro zecchino c'è scritto: 'Memento, gaudere semper!'

 Ed ora vorrei parlare delle famiglia Calizzani.  

Posso partire solo dal papà e dalla mamma della nonna Angiolina perchè dei predecessori non ho mai sentito parlare.  

Il babbo della nonna si chiamava Bonaventura mentre la mamma di cognome si chiamava Zanni ma il nome non lo ricordo.   

Sarà utile fare una ricognizione al piccolo cimitero di Missano, dove si trovano le spoglie mortali dei due bisnonni, così sarà possibile ricavare il nome esatto della bisnonna.   

Costoro gestivano un negozio di prodotti vari, presumo in prevalenza alimentari, al Ballo un piccolo gruppo di case poco discosto dal cimitero dove abitavano.   

Mi raccontava la nonna che erano così stimati e vissuti come persone oneste che spesso succedeva che, al momento di pagare, molti clienti aprissero il portafoglio affinchè fossero loro a prendere il dovuto.   

Come figli oltre alla nonna c'era la Zia Ersilia, la zia Suora, lo zio Berto, lo zio Aderilio e lo zio Pio.   

La zia Ersilia abitava a Montetortore a pochi kilometri da Zocca e gestiva un piccolo negozietto di generi alimentari.  

Noi da Zocca, per andarla a trovare, prendevamo la Via delle Mavore che era una strada sterrata all'interno di un bellissimo bosco di castagni dove qualche volta trovavamo anche qualche fungo porcino.  

La zia Ersilia era rimasta vedova  e viveva con due figli che, all'epoca, non erano ancora sposati.   

La zia Suora invece io la vidi un paio di volte che era venuta a Montombraro accompagnata dallo zio Aderilio.  

L'abito che portava metteva soggezzione.  

Ricordo che una volta guardandomi e facendomi una carezza disse:' Di Piero faremo un bel pretino!'.   

In seconda media, quando ero in collegio dai salesiani sfollati a Nonantola, ci fu un momento in cui mi sentivo così solo che pensai che, forse, se fossi entrato in seminario, avrei potuto trovare una famiglia di riferimento.  

La vocazione durò poco ma più che la vocazione era il bisogno di soddisfare una necessità che mi agiva dentro.   

Penso sia stato meglio così sia per me che per il Vaticano.   

Lo zio Berto aveva sposato una sorella di Tanino che gestiva a Monteombraro il negozio di alimentari e di un piccolo ristorante per i turisti estivi.   

Quando partiva da Missano, sua dimore abituale, per andare al Montanaro, d'estate ovviamente, si fermava  al Corso ed aveva sempre qualche primizia da regalare alla nonna.

Lo zio Aderilio abitava ai Castagneti ed era una persona veramente eccezzionale.   

Era alto di bell'aspetto con un sorriso spontaneo sul volto ed una affabilità nel tratto che faceva sentire a proprio agio.  Era una persona molto versatile capace di fare parecchi lavori e, quando lo vedevi lavorare, sembrava che si divertisse. Sapeva suonare anche uno strumento musicale non ricordo se la tromba o il clarino.   

Io ero affascinato da lui perchè lo vedevo come un modello molto positivo da imitare.   Sua moglie, la zia Maria, non era del luogo perchè mi pare l'avesse conosciuta durante il servizio militare in Val D'Aosta o in altra zona ai confini con la Francia.   

Era molto ospitale e, quando andavamo con la nonna a travare lei e lo zio Aderilio, le crescenti nelle tigelle erano assicurate.   

Avevano avuto una bella nidiata di figli e, se la memoria non mi tradisce, questi erano i loro nomi: Bonaventura, Bertino, Felice, Gualtiero, Giorgia, Anna, Rita, Gianna, Franca.  

Felice e Gualtiero erano entrati nell'Arma dei Carabinieri e, per quanto concerna l'onestà, la serietà della famiglia la dice tutta perchè, allora, e, non so se anche adesso, per entrare nell'Arma dei Carabinieri occorreva una fedina penale ineccepibile da parte di alcune generazioni.

Felice, durante la guerra, era stato fatto prigioniero dagli inglesi e portato in India (mi pare).  Là imparò a giocare a scacchi e, di quel gioco, fu il mio primo maestro quando veniva a trovare la nonna con la sua bellissima Moto Guzzi.  

La Franca era l'ultima figlia dello zio Aderilio e la più bella di tutte.  Robusta, seno prosperoso, fianchi opimi, gambe tornite e snelle con un bel sorriso che affascinava.   

Ricordo che incantò anche Ornello.   

Era venuto a trovare noi che eravamo su al Corso in villeggiatura.  

Il giorno successivo facemmo una passeggiata fino ai Castagneti ed, anche noi che eravamo ragazzetti, ci accorgemmo di quanto era rimasto colpito alla vista della Franca.  Sono passati tanti anni ormai ma questi bei ricordi il tempo non ha cancellato.

Della famiglia Calizzani tanti ricordi sono emersi dalla mia memoria e sono rimasti inalterati nel tempo perchè la positività non si cancella ma, della famiglia Manicardi, che era la famiglia del nonno Silvio, ben poco ho da ricordare.   

Sapevo che vivevano in via Voltone vicino alla abazia della Pomposa, dove aveva svolto il suo ministero Lodovico Antonio Muratori, che, oltre ad essere sacerdote, è stato anche un celebre letterato.   

Ricordo che il mio Maestro di Psicoterapia, il compianto prof. Luigi Peresson, mi disse un giorno che bisognava ancor oggi rileggere una sua celebre opera dal titolo:'Il buon senso'.  

Il nonno Silvio aveva un fratello che si chiamava Guido e che io conobbi una volta che andai con la zia Bianca a trovarlo.   

So che strimpellava il violino e che aveva dato lezioni alla zia Bianca.   

Era un uomo di poche parole e, per quel che ricordo, non molto socievole.  Aveva un figlio che si chiamava Melchiorre piccolo di statura che lavorava in prefettura ed aveva un figlio di nome Ivan che aveva press'a poco la mia età.  Andando a fare un giro in moto a Venezia ebbe un incidente stradale e lui e la fidanzata, che lo accompagnava, morirono entrambi.

Anche dopo questa tragedia i rapporti quasi inesistenti prima restarono uguali.  

Il nonno aveva poi una sorella che aveva sposato il signor Amilcare Marchesi col quale ebbe alcuni figli e figlie di cui non ricordo il nome e questo sta a dimostare la mancanza di rapporti.  

I rapporti tra mia nonna e i Manicardi non mi pare che fossero dei migliori e probabilmente il fatto di esser definita 'la montanara' non avevano creato un tessuto di stima, di amicizia e di collaborazione.   

Il fatto di essersi trasferita in via Saragozza fu determinato probabilmento da una incompatibilità di fondo.

La nonna, come ho già ricordato, con i suoi risparmi aveva acquistato il Corso e negli ultimi tempi era Imo Bernardi e la moglie Rita Calizzani, nipote della nonna, che lavoravano il terreno.   

Anzi, per essere più precisi chi lavorava il terreno e andava dietro alle quattro o cinque mucche che aveva nella stalla, era Imo in quanto la Rita era impegnata in casa nei lavori domestici e nell'allevamento dei figli Albertina e Giovanni.   

Costoro erano coetanei di Francesco e di Luigi per cui io ho poco da ricordare di loro  essendo loro che li frequentavano.

Io avevo un altro giro di amici della mia età con i quali passavo molto tempo insieme.   Per quel che ricordo Albertina era una bambina carina ma riservata mentre Giovanni era quasi sempre, anche allora, chiuso, cupo in volto e un pò scontroso.   

Ci vedeva come i nipoti 'dea parona' ed è comprensibile  che avvertisse un senso di inferiorità.    

Ricordo  che Imo aveva una bella bicicletta nera che teneva nella stanza a piano terra adibita a ripostiglio di cose varie. Appena la vidi mi sorse immediato un gran desiderio di provarla.    

Volevo capire che emozione si poteva provare andando in discesa a ruota libera senza dover pedalare.   

Non mi fu mai possibile perchè la nonna in questo caso era stata categorica nel proibire l'uso della bici a tutti ed in particolar modo a me, che ero il più grande dei nipoti, per evitare che corressimo il rischio, cadendo, in quelle vecchie strade polverose e sassose di montagna, di farci del male.

L'altro giorno stavo camminando da solo, come spesso succede, per un viale nei pressi di casa quando vedo arrivare per la strada una vecchia auto che da molto tempo non vedevo: era una giardinetta di oltre cinquant'anni fa in buono stato di conservazione di proprietà, certamente, di qualche amante d'auto d'epoca.   

La fantasia è partita come un razzo e mi son rivisto su al Corso quando Franco era venuto a trovarmi proprio con la giardinetta nuova che la sua mamma gli aveva regalato visti i buoni risultati che stavamo ottenendo all'Università.    

In quell'estate stavamo preparando l'esame di Farmacologia che, essendo un esame basilare per la nostra facoltà, oltre ad essere  un mattone, ci stava veramente impegnando oltre misura con una notevole dose di stress.

Il libro di testo era di Italo Simon professore emerito dell'università di Siena (mi pare) e constava di 700 pagine.

Io e Franco avevamo messo a punto un sistema di studio che aveva fino allora dati i suoi frutti.   

Quando preparavamo un esame ci preoccupavamo di andare ad assistere agli esami di altri studenti per prendere confidenza coll'ambiente, cogli esaminatori e venire a conoscenza dei 'pallini' dei professori.   

Così venivano definiti gli argomenti che i professori consideravano della massima importanza e che facevano parte di domande sicure.   

Noi, al fine di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, una volta imparati quei passaggi importanti decidevamo molto consapevolmente di trascurare certi parti e di presentarci all'esame con una preparazione parziale ben sapendo che avrebbe potuto andar male ma anche bene con minor fatica di quella che sostenevano certi stakanovisti che non si sarebbero mai presentati all'esame se non avessero studiato fino all'ultima pagina del libro.   

Col nostro sistema noi riuscimmo a laurearci con ottimi voti al primo appello dopo i quattro anni mentre gli altri compagni di studi molto scrupolosi impiegavano più tempo.   

Ai fini pratici ciò che avevano studiato in più di noi nella vita non avrebbe reso proprio nulla.    

Bene, al di la di questa digressione con relativa inutile spiegazione, ai fini di questo lavoro, torniamo al nostro Franco arrivato con la giardinetta nuova.   Per quei tempi era un lusso che pochi potevano soddisfare per cui era comprensibile che qualcuno potesse almeno desiderare di provare l'emozione di qualche piccolo percorso.   

Io e Franco avevamo pochi grilli per la testa e poca voglia di ascoltare Francesco, Luigi e Luca che ci gironzolavono attorno petulanti col manifesto desiderio di fare una gitarella.   

Dopo qualche giorno decidemmo di soddisfare quel loro desiderio per cui li facemmo sedere nel sedile posteriore e partimmo per il centro di Monteombraro.     

Disgrazia volle o fu il carico eccessivo sta di fatto che, dopo quasi un kilometro, nei pressi della fontana il motore si spense e restammo a piedi.  Decidemmo che l'unica cosa da farsi fosse tentare di spingere la macchina nella speranza che potesse ripartire.

I tre ragazzi di dietro, io di fianco con la porta aperta incominciammo a spingere e dopo poco l'auto ripartì.   

Io salii rapidamente dalla porta aperta e mi girai a fare, ai tre pellegrini rimasti per strada a tabaccare la polvere sollevata dall'improvvisa accelerata, un gesto sul tipo di quello fatto da Alberto Sordi nei Vitelloni che sapeva di dileggio e di presa in giro.  

Pur essendo giovani capirono subito che era stato tutto preparato per tirare loro un bidone e ne avemmo la prova quando al ritorno li trovammo dietro una siepe con sassi in mano per farcela pagare.  

Una grande accelerata ci salvò dal peggio e quando ci ritrovammo a casa, per l'ora del pasto li trovammo molto imbronciati: non avevano gradito lo scherzo da prete che avevamo fatto loro.   

Ricordo che zia Bianca disse che era stato una idea di cattivo gusto anche perchè Luca é molto permaloso'.   

Noi pensavamo che prendessero il nostro scherzo con un pò di umorismo ma ci eravamo sbagliati.    

Pensammo di consolarli lasciando la macchina immobile, cosa necessaria perchè avevamo altro da pensare che andare in giro per la montagna, a spassarcela.

Lunedì 30 Gennaio 2012 sono  le dieci del mattino, sono in stazione dove sto aspettando il treno per andare a Poggio Rusco.  Sono seduto tranquillo quando all'improvviso, sollecitato da non so quale stimolo, mi viene in mente Mirko Pistoni.     

Da quanti anni questo ricordo era sepolto nel magazzino della mia mente non saprei proprio.   Ricordo che era una bella giornata ed io era al Corso solo con la nonna.

Ad un tratto si sente un rombare che poi cessa.  Usciamo io e la nonna e vediamo che davanti al cancello si era fermata una moto col sidecar.   

La nonna riconosce immediatamente il personaggio nonostante l'abbigliamento militare.   Si mettono a parlare e poi quando la visita è finita ed io resto solo con la nonna vengo a sapere che quel personaggio un pò esaltato si chiamava Mirko Pistoni.  

La nonna a Zocca insegnava come maestra e fra le colleghe aveva anche la madre di Mirko.  Erano talmente amiche che Mirko fu suo figlioccio.

Era un giovane con molta energia e voglia di affermazione.   

Era entrato nel partito fascista ed aveva fatto carriera come bastonatore.  

A quell'epoca eravamo in guerra, il partito fascista era al potere e lui sotto quella bandiera era dalla parte giusta.  Io questi particolari li venni a sapere anni dopo quando la guerra era finita e mi raccontarono della sua misera fine.

Con quel carattere violento e le maniere usate, nei confronti di chi non era dalla sua parte, alla fine della guerra, fu catturato, portato sul monte che sovrasta Zocca, gli fecero scavare una fossa e lo sepellirono vivo.

La violenza sotto qualsiasi bandiera e sotto tutte le latitudini non ha mai portato bene a nessuno.    

Aveva due sorelle ed un fratello di nome Manlio molto diverso da lui che scrisse un libro che la nonna aveva nella sua libreria e che io lessi più volte tanto mi piaceva  Il titolo: 'Le militaresse'.  

Luigi mi viene, come al solito, gentilmente a prendere in stazione mentre l'Osanna mi aveva preparato un piatto di tagliatelle veramente gustose.   

Quì nel veneto le chiamano lasagne mentre per noi le lasagne sono quel piatto bolognese molto gustoso che eravamo abituati a mangiare nelle grandi feste.   

Cotechino e purè oltre ad una delizosa muosse di sua fabbricazione (sarà stato fortunato Luigi!).

Partiamo nel pomeriggio con Francesco verso Ferrara a trovare la zia Bianca che da parecchio non vedo per farle un pò di festa assieme a Luca e Paolo.   Arrivati a destinazione ci apre la porta l'Anna Silvia con un viso da funerale.   Ci dice che la mamma non sta bene, che ha avuto una forma influenzale, che è sotto antibiotici e si teme per una broncopolmonite.   

Dice che cercherà di incaricare la badante di vestirla per potercela presentare.   

Andiamo a parcheggiare l'auto in luogo sicuro ed al ritorno rientriamo e, nella sala da pranzo, e seduta a tavola c'è la zia che non ci sembra, così di primo acchito, proprio in condizioni pietose come aveva annunciato Anna Silvia.  

E' seduta, ci saluta col suo solito sorriso ed una volta sistemati ai nostri posti l'osservo con attenzione.   

Comunica con noi senza l'ausilio degli occhiali che ha sul tavolo forse per leggere e risponde alle nostre domande comprendendole perfettamente.  

La guardo sul viso e dalle sue gote, ancora ben formate, le si potrebbero dare dai settanta ai settantacinque anni.  

Anche le mani non sono ossute e scarne come ci si potrebbe aspettare da una persona che fra un paio di anni ne compie cento.   

E' seduta e so che la mobilità è compromessa ma per il resto, ed è ciò che più vale, è una persona in buone condizioni.   

Più andiamo avanti con i discorsi resto sbalordito dalla precisione con la quale parla di persone e di fatti lontani nel tempo anche oltre ottanta novanta anni.   

Nomi, date, giudizi.   Tutto meglio sicuramente di noi che siamo non dico più giovani ma meno vecchi!    

A furia di parlare e di ricordare momenti salienti della nostra vita ci vien anche voglia di mangiare e Anna Silvia ci fa gustare i cappelletti che ha preparato personalmente per noi.   

Penso di non averne mai mangiato di così squisiti.   

Ma non è finita quì.   

Arriva una salama da sugo (specialità ferrarese) ma così buona, così saporita che, assieme al purè, era una tentazione alla quale alcuni dei commensali non hanno resistito.  

Dolce e spumante per festeggiare un giorno del tutto particolare.

La zia ci ricorda che quell'anno fu un anno terribile per la loro famiglia perchè pochi mesi dopo la morte del papà mia mamma, cadendo dalla porta della corriera che la trasportava, corse il pericolo di perdere un piede.  

La situazione non fu così tragica come era sembrata a prima vista ma le cicatrici nel calcagno le rimasero fino alla morte.     

Luca ed i miei fratelli più giovani di una decina di anni incominciarono a parlare dei loro ricordi molti dei quali non conoscevo poichè, quando incominciai a lavorare, non andai più al Corso come una volta come continuarono a fare loro.

Ricordarono che furtivamente srubacchiavano all'interno della pozza, che si trovava tra la casa della nonna e la stalla dell'Amalia, un materiale che usavano per fare statuine.  

Mi spiegarono che, nel fondo della pozza dove si trovava l'acqua, per abbeverare le mucche si formava una sorta di terreno impermeabile capace di trattenere l'acqua ma non bisognava rimuoverlo pena la possibilità d'infiltrazione dell'acqua e perdita della medesima.   

Ma quando si è piccoli basta che ti proibiscano una cosa che scatta naturale il bisogno di trasgredire.   

Essendo della stessa età di Giovanni e dell'Albertina raccontano dei rapporti non sempre piacevoli con loro.  

Giovanni ed Albertina erano i figli della Rita che, con Imo suo marito, lavoravano la terra mentre loro erano i nipoti della 'parona'.   

Per quanto Luca ed i miei fratelli tentassero di trattarli alla pari loro avvertivano un senso di inferiorità che non hanno superato neppure ora perchè, le rare volte che ci incontriamo, è una sensazione che la si avverte nell'aria.   

Mi fecero tornare in mente i nomi degli abitanti del Corso che avevo dimenticato.  

In fondo al cortile abitava Vittorio un uomo molto schivo e ritroso con la moglie Virginia che, pur essendo stata una scolara della nonna, non la vidi mai venirla a salutare.   

Avevano due figlie molto graziose ma le loro apparizioni erano rare e fugaci.  Erano tutti sempre tappati in casa.

Quel pò di terra che Vittorio possedeva era dietro la casa e probabilmente se ne stava sempre in quella zona a lavorare.   

Dopo la Rita abitava Gioacchino con la moglie ed una figlia.   

C'era poi un altro uomo che io non ho mai visto nè conosciuto e di cui non ricordo il nome e che probabilmente era venuto ad abitare quando io non frequentavo più il corso.  

Nel Corso di Sotto, una casetta un pò indentro dalla strada, abitava Alfredo e l'Amalia che avevano una nipote di nome Giannina che abitava a Bologna o giù di lì che, qualche volta, veniva a trovare gli zii col marito di nome Rufillo.   Costui era un abile suonatore di saxofono e qualche sera che faceva le prove con qualche amico noi andavamo furtivamente ad ascoltare le belle canzoni di quei tempi.

Dalla casa dell'Amalia c'era una stradiciuola stretta che scendeva ripida giù sulla parete del monte che si chiamava 'Il Grotto' ed arrivava in fondo dove c'era una sorgente d'acqua di proprietà della nonna.   

A metà strada ricordo che c'era una bella pianta di fichi che aveva due produzioni all'anno.  

A maggio produceva i 'fioroni' e poi verso la fine di Luglio, c'era un altra produzione ed i fichi erano più saporiti.   

La sorgente donava acqua purissima e freschissima e la nonna aveva permesso a Celsino, che era uno di Modena che aveva comperato più giù in fondo la Casetta, di fare una conduttura per portare l'acqua alla sua casa.   Celsino aveva due bellissime figliole che qualche volta salivano dalla Casetta per andare in paese ma erano così serie, riservate che a noi non restava che ammirarle senza proferire verbo.

Non ci sentivamo all'altezza, non ne avevamo il coraggio, non avevamo il coraggio neppure di inviare un banale saluto tanta era la soggezzione che ci incutevano.  

Proseguendo per la strada che veniva dal paese ed andando verso la Zocchetta la prima casa che si incontrava sulla destra era la Bigarana di proprietà di....Balugani marito della Marta Brascaglia.   

La Marta era maestra lei pure, collega della mamma ed era finita ad insegnare anche lei a San Martino Spino come la mamma  agli inzi della loro carriera.

D'estate veniva anche lei in montagna col marito ed i figli Paolo e Fabio. Mi ricordo un’estate che dissero che era ammalata.   

Infatti non usciva mai di casa.  

Un giorno mentre stavo nel giardino a spassarmela mi accorsi che stava arrivando un corteo di persone su due file.   

A un tratto vidi un prete poi quattro persone portavano a spalle il feretro della Marta che era morta.   

Era impressionante vedere quella gente che, in quel giorno assolato di Luglio, arrancava verso il paese dato che per arrivare a Monteombraro la strada era tutta in salita.  

La Marta era sorella di Tanino che, con la moglie Rosina ed il figlio Romualdo, gestivano il negozo di generi alimentari e, in estate, allestivano pure un ristorantino per quei pochi villeggianti che non volevano farsi da mangiare.  Sorelle della Marta erano pure la moglie dello zio Berto morta tragicamente e la Amarilde altra maestra di Monteombraro.

A proposito di cimitero ricordo l'ultima volta che andai con i miei fratelli a Monteombraro.   

Salimmo su per la ripida salita fino alla chiesa e ci rendemmo conto che era tutto abbandonato.   

La cosa che ci colpì negativamente in modo totale fu proprio il cimitero: al di la del cancello irriconoscibile perchè coperto di erbacce  una piccola foresta nido di vipere. Una desolazione totale.

Come ho già scritto in questa rivisitazione dei luoghi e dei ricordi della nostra infanzia ed adolescenza non mi va di strizzare il cervello ma di lasciarmi andare, senza freni, alla spontaneità delle immagini che possono affiorare spontaneamente.   

Penso che saremo tutti d'accordo nel ritenere che certi passaggi  molto personali siano da eliminare dalla stesura definitiva indi per cui continuerò a non porre limiti, al momento, all'emergere di qualsiasi particolare  si presenti alla mia memoria.

Non so, sulla scorta di quale sollecitazione, questa mattina al risveglio mi è tornta in mente Maria Teresa.

Ricordo che a quel tempo avevo preso l'abitudine di andare in paese a Monteombraro al mattino sulle undici dove mi incontravo con altri ragazzi miei coetanei davanti all'ufficio postale.  

Fra questi c'erano due nipoti del prete che abitavano a Genova ed il cui padre, fratello appunto del prete, faceva l'architetto.   

Venivano anche loro a passare le ferie ospiti in canonica.  

Erano due bei ragazzi svegli ed emancipati più di me che vivevo in campagna e che ero abbastanza timido, insicuro ed introverso.  

C'erano inoltre i due fratelli Orlandi fratello e sorella ed un bel giorno chi ti vedo?    Maria Teresa!

Ricordo ancora oggi gli orecchini che aveva a clips bianchi molto belli ed appariscenti.   

Era alta, slanciata, un viso abbronzato molto bello e due occhi espressivi azzurri.  

Non aveva niente in comune con le montanare che si vedevano nei pressi perchè il suo porsi, il suo sorridere, il suo modo di muoversi e di vestirsi erano tipici di una cittadina di classe.  

Come non restarne affascinati già al primo colpo?   

La trovai aperta nei miei confronti al punto da sentirmi meno bloccato si da incomiciare a farle una corte discreta che mi pareva gradisse.   

Erano emozioni non ancora provate e che attivavano la mia fantasia che incominciava a galoppare.   

Facevamo passeggiate in gruppo e mi pareva che gradisse la mia vicinanza.   Ricordo ancora oggi come fosse successo ieri il giorno in cui eravamo andati a fare una passeggiata verso le Lamizze.   

Dopo aver fatto uno spuntino ci eravamo seduti e poi qualcuno si era alzato per raccogliere more dietro una siepe.  

Mi ero alzato anch'io e andando dietro le siepe vidi che Maria Teresa stava baciando uno dei due nipoti del prete.   

Il mondo mi cadde improvvisamente adosso e, dopo poco, con una scusa tornai a casa addolorato.   

Per fortuna al Corso c'era la zia Bianca alla quale raccontai il fatto e ricordo con quanta pazienza e quanta dolcezza cercò di farmi digerire quell'amaro boccone.  

Vorrei ora descrivere un po’ com'era il Corso.  

La casa era sulla strada isolata però c’era un giardino delimitato da una siepe.  Al piano terreno sulla destra c'era una stanza da pranzo con un bel cantonale di legno sull'angolo sinistro, la tavola ed alcune sedie.  

Sulla sinistra c'era la cucina che era il regno della nonna.  

Entrando sulla destra c'era una madia all'interno della quale c'era un di tutto di quello che serviva.   

Sull'altra parete, di fronte alla finestra, c'era il camino, un bel camino nel quale le tigelle venivano cotte.   

Mi par ancora di vedere la pila di quelle formelle di terracotta decorate che venivano ben scaldate fra le bracie e poi venivano disposte una sull'altra e tra una e l'altra veniva messa una crescente ricoperta da entrambi i lati da una foglia di castagno perchè non si bruciassero nel caso le formelle fossero troppo calde.  

Una tavola da lavoro e nell'angolo un supporto sul quale veniva messo un bel secchio di rame con l'acqua che andavamo tutti i giorni a prendere alla fontana.  

Dall'ingresso iniziava la scala che portava ai due piani superiori.  

Nel sottoscala la nonna teneva riserve alimentari per cui funzionava da dispensa e frigo'ante litteram'.  

Salendo le due rampe di scale si arrivava al primo piano dove c'erano due stanze da letto una per lato e salendo ancora altre due.   

Dalla penultima rampa di scale partiva un'altra scala che salendo portava ad un coridoio con una stanza a destra ed una a sinistra.  

Io e Paolo dormivamo su quella di destra su due letti con materassi  imbottiti con foglie di frumentone ma, a quell'epoca, non soffrivamo di insonnia e dormivamo bene.   

Sulla sinistra nella altra stanza ricordo che dormiva la mamma con i due fratelli piccoli.   

In fondo al corridoio, me lo hanno ricordato con dovizia di parrticolari Luca e i fratelli, c'era una piccola stanza che dava sull'orto dove in un angolo c'era un rialzo in muratura di circa cinquanta, sessanta centimetri con un buco in mezzo.   

Più che toilette potremmo chiamarlo 'cesso' quello stanzino dove si andava per liberarsi dei contenuti intestinali in sovrapiù.  

Quando le feci, entrate nel buco iniziavano la loro caduta verso il raccoglitore scavato nel terreno del cortile acquistavano una notevole velocità ed al loro arrivo sembravano siluri casarecci.  

Eravamo fortunati perchè a quei tempi, e non eravamo nel medioevo, erano pochi quelli che avevano un servizio in casa perchè la maggioranza, che viveva nelle campagne, si serviva di una piccola baracca all'esterno di casa o, chi l'aveva, utilizzava la stalla.  

L'acqua corrente c'era solo nei canali quando pioveva.   

La casa della nonna finiva quì ma l'immobile continuava con la casa della Rita e di Imo, poi quella di Gioacchino ed in fine quella di Vittorio e Virginia  che si allargava di qualche metro sulla sinistra definendo in tal modo il cortile sulla cui sinistra in fondo c'era la stalla della nonna, più verso strada il fienile dietro al quale vi era una ottima pianta di fichi.  

Vicino alla strada c'era la stalla dell'Amalia con la famosa pozza il cui fondo di argilla permetteva che l'acqua piovana non si disperdesse ma restasse per abbeverare le mucche.

Luca e fratelli sgranfignavano di nascosto qualche pezzo di argilla per fare statuine ed impegnare in modo artistico il loro tempo.   

Così come mi hanno confessato l'ultima volta che ci siamo incontrati.

E' un pò di tempo che ho abbandonato l'argomento perchè preso, in questo momento da una serie di impegni ai quali devi dare per forza la precedenza.  Ho letto la lista dei quaranta punti che mi ha inviato Luca e per molti non ho precisi ricordi non avendoli vissuti in prima persona.

Oggi mi ritorna in mente il giorno che il babbo venne su a Monteombraro a trovarci.  

Non so come avesse avvisato del suo arrivo perchè allora non c'erano telefoni per cui penso abbia inviato una lettera o si fosse impegnato da tempo a raggiungerci proprio in un giorno precedentemente stabilito.  

Ricordo che già nel mattino io e Paolo salimmo il montagnone, che si trovava davanti al Corso, per vedere se dalla strada lui con la Balilla arrivava.  

La strada a quel tempo non era asfaltata per cui poche le auto che passavano sollevavano un bel polverone.  

Dopo il Corso, nella direzione della Zocchetta, dopo la Bigarana e l'Osteriola, da quella nostra postazione, si poteva vedere per oltre un kilometro ma la nostra attesa fu molto lunga perchè il babbo arrivò nel pomeriggio inoltrato.   Ricordo ancora che portò da San Martino un cocomero molto grande che il giorno dopo gustammo con molta avidità.

La Balilla fu parcheggiata di fianco alla casa e noi non ci stancavamo di ammirare quella bella auto che ci faceva sentire dei privilegiati nei confronti di chi andava in bicicletta.   

Ieri sera avevo mangiato un pò troppo; non mi ero mosso per dare modo allo stomaco di buttar fuori l'aria che aveva inghiottito o che si era formata con la digestione per cui, questa notte, mi sono svegliato con un pò di bruciore allo stomaco.   

Non so per quale particolare associazione mi è venuta in mente la Magnesia Bisurata.  Una o due pastiglie di quel vecchio prodotto, che penso sia ancor oggi in commercio, mi avrebbe risolto la situazione.  Purtroppo non avendolo ho dovuto ricorrere ad un similare e, mentre gironzolavo per la stanza, il pensiero è tornato prima a Modena ai tempi del liceo e poi a Monteombraro dove ho rivisto gli zii Teresa e Marino che manovravano appunto una scatola di Magnesia Bisurata.  

Lo zio Marino, ed anche suo padre il sig. Aldo, soffrivano di stomaco: dicevano che avevano 'abbassamento di stomaco', diagnosi mai sentita prima e neppure dopo fra la varie patologie  che lo stomaco può portare.

Erano diventati abituali consumatori della Magnesia Bisurata che utilizzavano dopo mangiate copiose.  La nonna che, come abbiamo più volte ricordato, era una persona molto sobria e parsimoniosa non andava incontro a tali problemi in quanto il suo motto era:'alzarsi da tavola con un pò di appetito' il che significava che esagerare, anche nel cibo, non era una abitudine da prendere.   Mi ricordo che, pur nel suo atteggiamento di rispetto, non vedeva di buon occhio quella scatoletta di pastiglie perchè per lei erano l'espressione di quell'esagerazione che, in cuor suo, trovava scorretta.

Lo zio Marino era un buon gustaio e ci teneva a mangiar bene ed abbondantemente e, quando i cibi non erano di suo pieno gradimento, non lesinava critiche alla zia Teresa che cucinava per lui, mentre per noi era la nonna.   

Ricordo di averlo sentito più di una volta dire che le tagliatelle erano 'sguittere', aggettivo squalificativo che non avevo mai sentito prima e che non sentii neppure dopo da nessuna altra persona.   

E' passato qualche anno e quell'aggettivo lo ricordo ancora.   

La zia Teresa era molto servizievole nei suoi confronti, così come erano un pò tutte le donne dell'epoca, ed in questo modo lo aveva viziato al punto che lui si sentiva un pò un principino e, dato che non avevano figli, poteva fruire di molti riguardi ed attenzioni.   

Ricordo che il babbo e la mamma avevano preso l'abitudine, nel pieno dell'estate, quando a San Martino prima e a Poggio Rusco poi dove si erano trasferiti arrivava il gran caldo, di andare su a Monteombraro nell'ex convitto delle suore che era stato trasformato in albergo.   

Era frequentato in massima parte da anziani del modenese e del bolognese.   Ricordo una volta, che ero in giro per uno dei miei viaggi di piacere, che ritornando a casa passai per fare loro visita.   

C'erano anche gli zii Teresa e Marino.  Eravamo seduti allo stesso tavolo ed io mi accorsi che lo zio Marino buttava occhiate furbette alla cameriera che era giovane carina e con lo sguardo accattivante che invitava.   

La mamma se ne accorse che io avevo notato questo comportamento non in linea con la morale di quei tempi e, quando uscimmo, mi pregò di non far caso al fatto che Marino facesse 'lo stupido' con la cameriera.   

Come ho scritto lo zio Marino era di natura un pò delicata e parecchio sensibile, almeno era come lui si definiva.  

Le notti, a suo dire, le passava quasi sempre 'in bianco' per cui alla mattina era comprensibile che fosse stanco e noi, di conseguenza, non dovevamo fare chiasso e disturbare affinchè non gli veneisse il mal di testa.    

Ricordo che una volta a Monteombraro tornai a casa alla sera piuttosto tardi e, non trovandomi in tasca le chiavi non mi preoccupai perchè c'erano gli zii che dormivano al primo piano e dato che lo zio Marino passava quasi sempre lo notti in bianco mi sarebbe stato facile rientrare chiamandolo in soccorso.   Alle mie richieste nessuna risposta e solo quando trovai una pertica e battei con quella alla finestra la zia Teresa che si era svegliata venne ad aprirmi mentre lo zio Marino neppure aveva sentito continuando a dormire come un ghiro.

Dato che stiamo parlando dei coniugi Quadri (cognome dello zio Marino) mi par giusto ricordare anche i suoi genitori che, qualche volta, vennero anche loro a Monteombraro e mi pare alloggiassero da Tanino che oltre al negozio di alimentari gestiva pure una piccola trattoria e, penso, avesse anche qualche camera per ospiti.   Il papà era un bell'uomo alto, dal tratto piacevole e cordiale molto diverso dal figlio che era piccolo e poco appariscente un pò come la madre, signora Isolina, quasi sempre in disparte, riservata, taciturna e di poca compagnia.

Come un bell'uomo, come il signor Aldo, si fosse innamorato della signora Isolina persona così insignificante fa parte di quei misteri solenni di difficile interpretazione e comprensione.   

Se riguardo l'elenco che Luca mi ha inviato, con quaranta punti su cui soffermarsi, devo riconoscere che, per molti, non ho ricordi anche perchè, probabilmente, sono momenti ed esperienze vissute da loro quando io ero ormai volato altrove.   

A queso punto o Luca si prende la penna in mano, pardon apre il computer e si mette a battere come faccio io o incide su nastro, mi invia ed io copio.   Come ci siamo ripromessi, visto che il tempo, è girato al bello potrebbe essere arivato il momento di fare un summit quì a casa mia e tra un gnocco ed una gnocca approfondire i temi ancora in sospeso.

8 Maggio 2012

Sabato verso l'una sono arrivati Francesco, Luigi e Luca.  

Il viaggio è andato bene, ci siamo trovati subito peccato che Paolo abbia disertato perchè sarebbe stato anche per lui un momento diverso come lo è stato per tutti noi.  

Il gnocco fritto di mia fabbricazione era troppo umido e la padella non appropriata, secondo le regole della fisica molecolare di cui Luca ha dimostrato di essere un profondo conoscitore.  

In verità quelle prime erano un pò troppo unte e perchè ciò non avvenga la pasta deve essere più soda e il recipiente meno dispersivo.  

Luca affinchè il prodotto finito fosse più conforme alle regole vincenti ha incominciato con la canella ad assottigliarle, a spalmarle di farina e ad asciugarle con il fon.  

Era un gusto vederlo all'opera col contributo di Luigi al fon.  

Sono risultate un pò sottili ma anche quelle che erano rimaste sono finite rapidamente.  

E' stato molto bello sederci fuori sul terazzo e gustarci quel pranzetto di nostro gradimento.  

Abbiamo parlato di tante cose, siamo stati invitati da Luca a fare una passeggiata in mare sul suo yacht   ancorato a La Spezia e sabato 19 maggio andremo per mare.

Mi hanno chiesto come mai la mia vena che era partita col vento in poppa si sia un pò fermata ed io ho spiegato loro che, in questo momento sono impegnato in una serie di fastidi  relatvi ad affitti, ed arrivo alla sera che mi addormento sul divano qualsiasi trasmissione ci sia.

Abbiamo fatto un giro per il centro storico e nel cortile della palazzo di Corso Fogazzaro abbiamo incontrato Paolo Dosa marito di Annalisa che è stato molto gentile con tutti dimostrando il piacere di rivedere i miei fratelli dopo tanto tempo: probabilmente dal giorno del suo matrimonio con AnnaLisa.  Abbiamo parlato di politica e siamo stati d'accordo che un clima intimidatorio ed ossessivamente orientato verso un pessimismo diffuso non aiuta gli animi ad avere il coraggio di prendersi responsabilità ma anzi spinge verso la demotivazione.

Abbiamo concluso che, visto l'età che abbiamo raggiunto e trovandoci ancora in discrete condizioni di salute nonostante gli eccessi di peso sia di Francesco che di Luigi e l'urgere di pisciate potrebbe essere auspicabile che incominciassimo a pensare seriamente di incominciare a godere un pò la vita anzichè di impegnarci seriamente nel lavoro per guadagnare denaro che non si sa poi neppure dove metterlo perchè sia al riparo da tutti gli avvoltoi ufficiali e meno in circolazioe e che le previsioni dicono che aumenteranno.  Ci siamo riproposti di andare a fare una braciolata al Mulino del Turco e nessuno sa che voglia ho di tornare lassù fra quei monti dove ho passato le estati più belle della mia vita.

Vorrei proprio tornare a scendere verso la Salda per arrivare giù al torrente che immagino ancora con quell'acqua purissima che scorreva fra i sassi puliti e sentire ancora il profumo di quei bei fiori gialli di ginestre.

Ieri, 22 dicembre 2012, in base alla profezia dei Maja, avrebbe dovuto essere l'ultimo giorno di vita per tutti.  

Incuranti di questo tragico finale io Francesco, Luigi e Luca avevamo programmato di andare a fare un giro in montagna per cui giovedì pomeriggio sono partito per Poggio Rusco dove ho passato la serata e la notte a casa di Francesco per poi partire al mattino verso le nove per iniziare il nostro viaggio.  

La giornata non era delle migliori in quanto piovigginava ed il cielo era bigio e prometteva poco di buono.  Arrivammo al cimitero di San Cataldo per la solita visita ai nonni ed agli zii e, dopo aver visitato una parte vecchia del cimitero in condizioni orribili, siamo partiti per Zocca.  

Dopo pochi kilometri incomincò a farsi vedere qualche favilla di neve.  

Dato che l'auto di Luigi non aveva le gomme da neve ma soltanto scomode catene da, eventualmente montare, Francesco ebbe la brillante idea di telefonare a Luca che stava arrivando per poter continare il viaggio sulla sua auto solida, con gomme da neve bella, calda e sicura.    

Fu un'idea brillante in quanto, a parte la neve che aveva incominciato a scendere pur se in modo modesto, le strade non erano perfettamente pulite dato che, nel giorno prima, era caduta una decina di centimentri di neve.   Incontrammo infatti alcuni spazzaneve che pulivano le strade e il nostro viaggio continuò tranquillamente.

Prima di iniziare a trascrivere il resoconto registrato della giornata ritengo necessario fare alcune precisazioni.  

Dopo l'ultimo viaggio fummo tutti d'accordo che, al fine di non perdere nessun ricordo che avesse avuto modo di affiorare all'improvviso, sarebbe stata una buona idea di portare un registratore ed utilizzarlo allo scopo.  

Io posseggo una vecchia baracca che non butto nelle immondizie solo perchè, per mia natura, sono un conservatore.  

Poichè ci sono oggi in circolazione strumenti che rispondono molto bene alle esigenze dei consumatori pensavo, anzi speravo che, i miei compagni di cordata più giovani e meno pitocchi di me, avessero a disposizione un qualche strumento moderno.  

Mi vedo consegnare invece da Francesco un registratore che, se del mio non è gemello, poco ci manca.  

Alla luce di tutto questo ne deriva che la registrazione non è molto brillante.  La voce di Luca è abbastanza nitida ed inoltre, essendo lui quello che parla con consequenzialità, è abbastanza facile ricostruire.  

Francesco fa qualche precisazione intervenendo quasi come a confermare o specificare meglio senza attendere che Luca finisca il suo discorso.  Interviene con un tono di voce gioioso sovrapponendosi creando problemi a chi dovrà sbrogliare la matassa.

Luigi invece fa qualche commento di rado e la sua voce è difficilmente comprensibile avendo un tono morbido e pacato.  

Qualche volta faccio qualche intervento io e, dato che il registratore lo tengo in mano a poca distanza dalla bocca, la registrazione è facilmente comprensibile.  

Trasferire quanto registrato su un foglio, come avrete ben compreso, non è opera semplice e naturale per cui chiedo già da ora venia se la fedeltà dell'operazione può lasciare a desiderare.  Ed ora si inizia!

Luca espresse il desiderio di iniziare la nostra visita alle Lamizze in quanto, a suo dire, io avevo molti ricordi legati a quel posto.  

Le Lamizze si trovano su un piccola strada che parte dalla provinciale un pò fuori il paese sulla sinistra scendendo verso Ciano.  

Io penso di essere arrivato, a quei tempi, fino al gruppo di quelle tre o quattro case con un fienile, forse una volta in quanto il mio amico Nicola Maggi, figlio del medico provinciale di Bari, aveva la mamma originaria di Bologna e le ferie le veniva a fare ogni anno a Montombraro e precisamente alle Lamizze.   

Nicola aveva un problema sulle labbra che le rendevano ruvide e penso che questo fosse il problema che lo rendeva molto insicuro specie con le ragazze.  Di solito ci incontravamo al mattino in piazza e lì concordavamo che cosa si potesse fare di bello insieme.

Arrivati alle Lamizze ci troviamo di fronte alle vecchie case quasi come se il tempo non fosse passato.  Soltanto una casa mostra i segni di qualche recente ritocco e penso fosse proprio quelle della mamma di Nicola.  

Ci guardiamo intorno per vedere se c'è qualcuno a cui fare qualche domanda ma il luogo è deserto.  

A un certo momento dalla casa, che mostrava i segni di qualche ritocco, esce una signora non molto grande, vestita con abiti un pò logori, con un viso tirato, con capelli in disordine: in sostanza molto poco appariscente.   

Ci guarda stupita dato che, probabilmente, poche persone passano di lì.  

Luca si avvicina con molto garbo, le spiega il motivo della nostra presenza ed incomincia a farle una serie di domande sia relative al tempo passato che al presente.  

Inizia una vera e autentica intervista da parte di Luca alla quale la signora risponde con molto garbo.  

Ci racconta che è di Bologna che ha acquistato un pezzo di casa (forse quella della mamma di Nicola) cinque anni fa e viene a trascorrere col marito dei momenti di 'buen ritiro' ove dedicarsi ad una attività che piace ad entrambi: il restauro di opere d'arte.  

Luca, in particolare, mostra molto interesse ed anche i miei fratelli sono incuriositi al punto di chiedere se fosse così gentile da mostrare qualche cosa del loro lavoro.  

La signora resasi conto di avere a che fare con persone educate, istruite, seriamente interessate alla loro passione e non a furfantelli camuffati di buone maniere, si mostra disponibile e così entriamo nella piccola cucina un pò fredda ma non molto diversa da quella di una volta.  

Saliamo per una stretta scaletta ed entriamo in una stanza di modeste dimensioni dove alla parete c'è un dipinto del marito di colore rosso vivace con screziature nerastre di molto effetto ma che non rappresenta niente, a mio avviso,  così come tanti quadri che siamo stati abituati e vedere di autori contemporanei.

E' stato fatto con dei lembi non ho capito bene se di giornale o di qualche altro materiale incollati su un fondale di compensato che si staccano dal fondale.  A fianco ce ne è un altro che la signora dice essere fatto da lei.

E' una tela pitturata di un azzurro chiaro uniforme sulla quale non ho visto nulla di particolare.  

Entriamo in un altra stanzetta e lì ci mostra qualche opera che stanno restaurando.   

Io non ho molta conoscenza dell'arte moderna per cui guardo e taccio ma, in cuor mio, penso alla bellezza di certi ritratti ove il personaggio sembra uscire dal quadro.  

Quello è il tipo di pittura che mi affascina.   

Finita la visita e ringraziata la signora per la sua gentile disponibilità, dopo aver guardato un pò intorno ed avere visto dietro un gruppo di alberi un bed end brekfast senza nessuno riprendiamo la nostra visita.  

Non si incontra nessuno.  

La giornata non invita di certo ma in questa stagione è comprensibile che i turisti siano tornati alle loro case.   

A un certo momento vediamo un vecchietto che avanza a piedi.  

Luca si ferma, incomincia a chiacchierare con lui che si intrattiene volentieri e veniamo a sapere che, pur essendo nativo del posto, era tornato da pochi anni avendo vissuto per tutta la vita all'estero in molteplici paesi facendo lavori diversi.  

Si chiama Efrem e, dopo averlo salutato ed auguratogli buona passeggiata riprendiamo la nostra visita.  

Passiamo davanti ad altre costruzioni per arrivare alfine ad un altro bed end brekfast costruito vicino ad una vecchia torre.  

Luca ci spiega che siamo vicino ai Fontanini e precisamente oltre la meta che noi visitavamo ai nostri tempi e che non avevamo mai oltrepassato perchè la raggiungevamo dalla parte opposta.  

Ci fermiamo, scendiamo dall'auto e mentre un uomo che ci aveva guardato male se ne va con la sua macchina noi incontriamo, davanti appunto al bed end brekfast, un bel signore sulla quarantina sorridente con il quale Luca incomincia a parlare.  

Mi accorgo che parlano in inglese.

Vedo Luca parlare con una disinvoltura  che non conoscevo e che non avrei immaginato.

Non capendo nulla di quanto si stavano dicendo, solo quando l'incontro è finito, veniamo a sapere che il signore è un ospite del bed end brekfast insieme alla moglie, la sorella della moglie e tre figlie che a un tratto escono dalla porta e piomabano sul cortile.  

Vengono, niente popò di meno che, da Città del Capo in Sud Africa.   

Era arrivato in aereo a Milano e, attraverso internet, aveva scovato questo posto sconosciuto per venire a passare qualche giorno in santa pace.    

Se penso a Città del Capo che visitai una trentina di anni fa con l'amico Franco e la pongo vicino ai Fontanini resto stordito.   

Dopo esserci congedati dal signore del Sud Africa avanziamo sul sentiero che ci porta verso la parte posteriore dei Sassi di Sant'Andrea che noi andavamo spesso a vedere nelle nostre passeggiate.  

Il sentiero è pieno di neve fresca e sdrucciolevole per cui dopo poco pensiamo bene di tornare verso l'auto.  

A un tratto Luca prende la parola e ci racconta un episodio di cui io non avevo mai sentiro parlare.  

Gli cedo la parola:

Luca. Un giorno in cui eravamo in villeggiatura al tramonto la zia Teresa tornò a casa con delle escoriazioni sul corpo.  A chi chiese che cosa le era successo la zia Teresa raccontò che Marino voleva buttarla giù dai Sassi di Sant'Andrea e che si era salvata solo perchè era finita  contro una fascina di rovi.

Stavano giocando a guardie e ladri o lo zio Marino voleva veramente buttar giù dai Sassi la zia Teresa?   

Questo non saprei dirlo.  So solo che di solito tra loro litigavano.  

La nonna non sopportava nè l'uno nè l'altra e, quando a Modena andarono ad abitare da lei, la conflittualità con la zia Teresa continuò ad aumentare.  Discutevano sempre e la convivenza non era delle migliori dato che la zia Teresa era difficile di natura e Marino era definito dalla nonna una 'piattola'.  Nessuno credette alle accuse di Zia Teresa contro Marino anche se, sempre la nonna, definiva Marino 'inculento'.

Nessuno credette che ci fosse da parte di Marino una intenzione omicida mentre era più facile ipotizzare che fosse la zia Teresa a raccontare una bugia o a snaturare involontariamente la realtà in quanto non era una persona limpida ed equilibrata.  

A Modena andava a giocare al lotto ma doveva farlo sempre di nascosto affinchè la nonna non lo sapesse.

Francesco: E neanche lo zio Marino che, pur avendo alcune manie, era sano di mente.  La nonna faceva fatica a compatire la zia Teresa che non era molto normale.

Piero: Io non ricordo nulla di quanto ho ascoltato ma che la zia Teresa fosse un tipo 'sui generis' non era colpa sua in quanto la famiglia Manicardi aveva le sue tare.  Un fratello del nonno finì in manicomio, l'altro fratello Guido che suonava il violino aveva grossi problemi lui pure con la moglie.

Del nonno non si parlava mai, mai un ricordo, mai una messa di suffragio, mai niente.

A questo punto io che, pur avendo passato a Modena in casa della nonna dove erano venuti a stare anche gli zii Teresa e Marino tutti gli anni del liceo, non avevo mai notato tutta quella conflittualità chiedo a Luca come faceva a sapere tutti quei particolari.  

La risposta che ricavo dal registratore mi lascia piuttosto perplesso per cui attendo da Luca una chiarificazione su quanto da lui detto.

Luca:  dal 1950 in avanti per cinque o sei anni io passavo le feste natalizie a Modena e precisamente dal 26 dicembre al 6 Gennaio e non mi sono mai reso conto che tra la nonna e la zia Teresa ci fosse una certa conflittualità.  Quando io venivo a Modena e c'eravate anche voi riuscivate a catturare questa atmosfera?

Proseguendo nel nostro itinerario Luca ci parla degli Odorici.

Luca:   Uno di loro aveva sposato la Clara figlia dello zio Berto ed abitavano a Bologna in via Valeriani in una casa acquistata dallo zio Berto dove siamo stati, prima o poi, ospiti tutti.  

La casa di zio Berto a Bologna era un porto di mare.  

Odorici lavorava  da un famoso ottico di Bologna che aveva due o tre negozi e lui faceva il galoppino.  

La mamma mi disse un giorno che la Giorgia l'aveva informata che era morto da poco il marito dell'Anna Maria altra figlia dello zio Berto che si chiamava Tritapepe.

Francesco:  Ma Tritapepe non era il marito della Clara?

Luca:  Quando parlo io so quel che dico e vi ripeto che Tritapepe era marito dell'Anna Maria!  L'Ester, invece, l'altra figlia che si era diplomata maestra a Modena ospite lei pure della nonna era sposata con Novilio.  

Li conoscemmo quando ci fu a Missano l'incontro per la consacrazione sacerdotale di don Athos.

Francesco:  Dopo la Morte di don Dossetti che aveva fondato la sua comunità nei pressi di Bazzano don Athos divenne il suo successore e la comunità dopo un pò fù trasferita a Monte Sole dove andammo insieme a trovarlo.  

Poichè Piero non c'era a quell'incontro don Athos mi chiese di lui e si dimostrò dispiaciuto che non ci fosse avendolo trovato una persona profonda e di piacevole compagnia.  

Francesco rivolto a me mi fa: non mi dicesti una volta che avevi intenzione di andare a trovarlo per confidarti, aprire la tua anima dolente per riprenderti con le sue parole sicuramente consolatorie in un momento in cui ti trovavi un pò alle corde?

Piero:  E' vero.  E' vero. E' un uomo che ha un cuore  grande ed una bontà difficile da trovare al giorno d'oggi più risanante di qualsiasi antidepressivo.

Francesco:  Perchè non ci vai?

Piero:  Lo sai perchè non ci vado?  Perchè ho paura che se vado non torno più anche perchè mi ha detto che mi avrebbe incaricato di seguire la crescita delle giovani suore.

Il mio compito è finito.

E' stata una rivisitazione che mi ha permesso di ritornare col pensiero a momenti della mia giovineza da non dimenticare.  

Cedo la penna o il computer a chi volesse integrare quanto da me ricordato.

Piero